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Telefonia e bollette a 28 giorni. L’intervento del legislatore deve essere più incisivo

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28 giorni

Il senatore Stefano Esposito (PD) ha presentato un emendamento al decreto fiscale per arginare il potere di modifica contrattuale delle compagnie telefoniche impedendo loro di fatturare a 28 giorni anziché su base mensile. In caso di approvazione, quindi, telefonia fissa, mobile e pay tv dovranno tornare alla fatturazione mensile o su multipli del mese, fatta eccezione per le offerte promozionali a carattere temporaneo o su base stagionale.

Che faccia avranno fatto gli operatori telefonici? Immaginiamo stiano sghignazzando, già pronti a passare oltre e magari aggirare la norma. Come? Ad esempio proponendo tante offerte promozionali a carattere temporaneo (uno o due anni, ad esempio).

Abbiamo più o meno tutti un cellulare e, più o meno tutti, esperienza di quanto creative siano le compagnie telefoniche quando si tratta di aumentare prezzi ed appioppare servizi non richiesti. Compriamo una sim a consumo e ci troviamo a pagare un importo fisso a settimana (Tim Prime Go nella sua formulazione attuale), ci promettono un “per sempre” che dura da Natale a Capodanno, ci vengono attivati senza il nostro consenso abbonamenti dal costo di 5 euro a settimana che possiamo disattivare chiamando il gestore, che spergiura di non entrarci nulla e quindi di non poterci restituire il maltolto (sul quale però prende una percentuale).

Insomma, sono dei veri creativi dell’esborso, e questo provvedimento sarà di nuovo stimolo per la loro già fervida immaginazione.

L’emendamento è una toppa messa male, per far finta di fare la voce grossa e il pugno di ferro contro le compagnie telefoniche, incidendo – fra l’altro – in modo pesante sulla libertà del mercato. Si è mai visto un legislatore che detta i tempi di fatturazione delle società private? Che gliene importa?

Ed è anche una toppa che non risolve il problema. L’intento delle compagnie telefoniche – secondo noi – non era certo quello di cambiare il tempo della fatturazione (cosa cambia a loro se fatturano a settimana, a mese, a 28 giorni?) ma aumentare i prezzi e rendere più complesso per i consumatori capire quanto spendiamo al mese per il telefono. E infatti, qualche giorno fa le compagnie hanno già annunciato un mezzo dietro front, pronte a tornare alla fatturazione mensile ma lasciando invariato l’aumento di prezzo dell’8,7%.

Un intervento  normativo servirebbe (più d’uno, a dire il vero), ma ben più incisivo di quello proposto. Il settore della telefonia è infatti l’unico nel quale la modifica unilaterale delle condizioni contrattuali è possibile senza regole. L’unico altro esempio presente nella legislazione italiana è il settore bancario: la banca può modificare il nostro contratto di conto corrente unilateralmente, ma può farlo in ragione di un giustificato motivo preventivamente previsto dal contratto.

Per il resto, in tutti i contratti – anche per prestazioni periodiche di lungo periodo o a tempo indeterminato – se uno dei due contraenti vuole modificare il contratto può solo proporlo e, se le parti non si trovano d’accordo, risolvere il contratto. E il Codice del consumo (art. 33, comma 2, lett. m) dichiara addirittura la vessatorietà (e quindi l’inefficacia) delle clausole contrattuali che  consentono di modificare unilateralmente il “contratto, ovvero le caratteristiche del prodotto o del servizio da fornire, senza un giustificato motivo indicato nel contratto stesso“. Fanno eccezione i contratti di telefonia e pay tv, ai quali si applica il Codice delle comunicazioni elettroniche – legge speciale che deroga al Codice del consumo – che consente loro la modifica a proprio piacimento,limitandosi a sancire il diritto dell’utente “di recedere dal contratto senza penali nè costi di disattivazione“.

Chiediamo quindi al senatore Esposito e agli altri parlamentari di buona volontà che hanno a cuore la tutela dei consumatori (ma anche la tutela delle loro tasche, anche loro hanno almeno una sim) di intervenire in modo serio sul problema, presentando un emendamento che modifichi l’art. 70 del Codice delle comunicazioni elettroniche e che consenta la modifica unilaterale del contratto solo in caso di giustificato motivo indicato nel contratto stesso, come avviene per tutti gli altri contratti fra professionista e consumatore.