ImmigrazioneIngresso e soggiorno

Immigrato, vuoi un appuntamento presso l’ambasciata? Torna fra 7 anni. Condannata l’amministrazione lumaca

Ci siamo occupati diverse volte delle difficolta’ che gli stranieri di origine italiana incontrano per ottenere il riconoscimento della cittadinanza italiana juris sanguinis, dei disservizi delle ambasciate italiane e dei percorsi a ostacoli che molto spesso scoraggiano i richiedenti.
Tutte storie che spesso restano sommerse, perche’ impugnare un atto dell’ambasciata o del Consolato, o un’inerzia/inadempimento dell’amministrazione vuol dire –dal proprio Paese di provenienza– fare ricorso in Italia al Tar Lazio. La maggior parte di queste vicende restano quindi nascoste, o se anche trovano un po’ di attenzione sui media, rimangono poi irrisolte poiche’ l’unico strumento di giustizia e’ costoso e lontano. Non restano che le proteste e la rassegnazione a non ottenere quello cui si ha diritto, o ad ottenerlo in tempi biblici.
Spesso, ma non sempre per fortuna. E questo il caso di una cittadina brasiliana di origini italiane, che ha bisogno di legalizzare presso il Consolato Generale d’Italia di San Paolo in Brasile il proprio certificato di stato civile, per poi chiedere il riconoscimento della cittadinanza italiana juris sanguinis. L’appuntamento per il deposito dei documenti deve essere prenotato online (si badi bene, non l’appuntamento per la legalizzazione, ma per la consegna dei documenti che dovranno poi essere legalizzati) , e la signora invia la sua mail di richiesta nel 2009.
Questa la risposta: venga presso i nostri uffici il giorno 8 aprile 2015!
La signora intima e mette in mora l’amministrazione italiana, che risponde in modo interlocutorio: troppe richieste, bisogna mettersi in coda, il suo turno arrivera’ fra sette anni. La signora dunque e’ costretta, dal Brasile, a presentare un ricorso al Tar Lazio che con la sentenza del 30 maggio 2011 n. 4826, le ha dato ragione e ha obbligato l’amministrazione ad ottemperare entro 90 giorni dalla sentenza e in caso di perdurante inadempimento, provvedera’ a nominare un commissario che si sostituisca alla Pubblica Amministrazione. Rileva il Tribunale che secondo la legge (Tabella 4 allegata al D.P.R. 3 marzo 1995 n. 171 recante Regolamento di attuazione degli articoli 2 e 4 della legge 7 agosto 1990 n. 241, recante nuove norme in materia di procedimento amministrativo, relativamente ai procedimenti di competenza di organi dell’Amministrazione degli Affari Esteri) la durata massima dell’intero procedimento amministrativo di accertamento della cittadinanza per tutti i soggetti discendenti jure sanguinis da cittadini italiani non puo’ eccedere i giorni 240. In questi 240 giorni sono ovviamente inclusi anche eventuali sub-procedimenti quali, come in questo caso, quello di legalizzazione documenti – termine ampiamente superato.
C’e’ da chiedersi quanto ci sarebbe voluto per avere il riconoscimento della cittadinanza se il solo primo appuntamento per depositare i documenti da legalizzare e’ stato fissato dopo 7 anni – e non e’ detto che la signora non debba di nuovo rivolgersi al giudice.

Un’ultima considerazione. Statisticamente i ricorsi promossi al Tar Lazio avverso provvedimenti e silenzi delle ambasciate vengono accolti e questo dato dovrebbe incoraggiare a fare ricorso al Tar quando i propri interessi vengono illegittimamente disattesi. Per contro ci sono i costi della giustizia amministrativa. Per la sola proposizione del ricorso e’ previsto un contributo unificato di 500 euro, che a seconda dei Paesi puo’ essere un costo esorbitante. In questo lo stesso Tar Lazio puo’ e deve a nostro avviso assumere un ruolo fondamentale iniziando a condannare sistematicamente l’amministrazione al pagamento delle spese legali di soccombenza, cosa che purtroppo accade poco di frequente.